Hugo Rios

Tra tutte le testimonianze di coloro che hanno conosciuto Padre Hugo, ci piace proporre questo diario redatto da Giuseppe Passacantilli, esponente di “La terrazza dell’infanzia”, una delle onlus che sono impegnate in attività a favore della Pediatrie de Kimbondo:
10 Giugno 2006
A volte è possibile imparare molto più da un sorriso piuttosto che da anni di studio.
Lunedì 5 dicembre 2005, aeroporto di Fiumicino. L’atmosfera è fredda e silenziosa. Lo scalo romano è deserto, mentre attendiamo il volo proveniente da Kinshasa che porterà in Italia padre Hugo Rios con due dei suoi angeli. Siamo in 4 della Terrazza dell’Infanzia quasi in trepidazione. Aspettavamo da molto tempo l’occasione per conoscere questo uomo, percepito fino a quel momento con il cuore e la fantasia, ma lontano dalla nostra realtà. Gli sforzi della nostra associazione si dirigono tutti verso l’ospedale in cui opera padre Hugo. Oggi conta più di 350 bambini con diverse patologie (in particolare aids e tubercolosi) e il nostro sacerdote cileno si occupa pazientemente di tutti. Alle 5 e 30 eccolo lì varcare la soglia e mettere piede in territorio italiano. Con lui ci sono Patrik e Basuka, due stupendi bambini congolesi, i veri protagonisti di questa trasferta. Padre Rios sembra averci riconosciuto, anche se in realtà è la prima volta che i nostri sguardi si incrociano con i suoi e ne rimaniamo stregati. Accade qualcosa di strano perché incredibilmente siamo noi le persone spaesate, sembriamo noi gli stranieri pur trovandoci in casa nostra. In realtà siamo solo lontani e distaccati dalla vita, dalla loro esistenza così dura e piena di entusiasmo da creare quasi imbarazzo per noi piccole anime rese tese dal nostro mondo: vecchio lembo di terra nel quale siamo spesso incoerenti attanti.
Padre Rios è un uomo minuto e scavato in volto dalla fatica, ma nasconde un fascino e un carisma fuori dal comune. Sono riuscito fin ora ad accostargli solo un aggettivo: ”Bellissimo”. Non ci sono barriere formali tra lui e noi. C’è subito una confidenza da vecchi amici, da compagni di viaggio. Ci racconta del Congo, del suo ospedale e noi gli parliamo della nostra breve storia. Lo facciamo socio onorario della nostra associazione e lui risponde come se avesse vinto il Nobel. C’è un'emozione fortissima nell’aria e paradossalmente è lui che ci mette a nostro agio, che ci accoglie nel suo mondo desideroso di farcelo conoscere, di spiegarcene l’unicità e le difficoltà, con la semplicità e la pacatezza di un nonno che racconta la sua vita tenendo sulle ginocchia il nipote.
Parliamo per un'ora di tutto ciò che la nostra associazione vorrebbe fare per la sua fondazione pediatrica, delle necessità che incombono nel suo ospedale, nel villaggio Kimbondo, e di alcuni favori che vorrebbe da noi prima di ripartire per l’Africa. Il tempo acquista una dimensione quasi effimera però allo stesso tempo beffarda poiché il nostro amico deve proseguire il suo viaggio verso Genova dove Patrik e Basuka dovranno sottoporsi a visite ed esami molto delicati. Sono due bambini meravigliosi. Lei rimane molto timida per tutta la durata dell’incontro, mentre Patrik tiene nascosta per un po’ la sua indole da furbetto per poi tradirsi, nell’impossibilità di continuare a fingere, sfoggiando bianchi sorrisini. Sembrano il suo modo per dirci che ci ha accolti, anche se siamo perfetti sconosciuti. Un amico italiano, che li accompagnerà fino a Genova, li riveste con abiti invernali. La loro non è una visita di piacere. Ciò nonostante appaiono tranquilli, rilassati e disponibili a fare qualche foto con noi.
Penso a cosa ricorderanno di questa esperienza: il caos, la frenesia dei ritmi di vita, i nostri strani modi di comportarci di fronte a loro. La loro avventura italiana continua. Ci salutiamo nel loro modo: con tre baci sulle guance più simili a delle caute testate.
Vedendoli andare via, mi viene in mente un pensiero letto sul diario di viaggio di Walter Veltroni, scritto di ritorno da Nairobi (Forse Dio è malato). Si parlava di Dio e del fatto che tutta questa disparità presente oggi nel mondo fosse dovuta a una sua malattia che lo avrebbe debilitato a tal punto da non riuscire più a rimettere le cose in ordine. E’ stato il mondo a fare ammalare Dio e a impedirgli di riequilibrare il mondo, ma”… lui in qualche modo ha riparato, ha fatto uomini anche per le discariche, per i poveri, per i disperati”.
Poi l’alba ci sorprende, ma la notte insonne appena trascorsa rimarrà indelebile dentro di noi.